I Vetri di Sandro Bormioli
di Costantino Bormioli
Creazioni in vetro soffiato, vetrofusione e gioielli
Bottega in Altare (SV - Italia)
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Storia del vetro di Altare

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STORIA DEL VETRO IN ALTARE


L’UNIVERSITA’ DEL VETRO
L’origine del vetro in Altare si perde nella notte dei tempi; molto suggestive e singolari sono però le leggende che la raccontano, da quella dell’Abate del Cenobio dell’ “Insula Liguria” (Isolotto di Bergeggi), di origine fiamminga, il quale viste le nostre montagne ricche di boschi di legna forte, combustibile per le fornaci di allora, tornato in patria, favorì il trasferimento di alcune famiglie di vetrai fiamminghi in Altare, a quella dei nobili Normanni che reduci da una Crociata, nel secolo XI, approdarono all’Isola di Bergeggi e che dai monaci, alcuni dei quali loro compatrioti, furono indirizzati ad impiantare fornaci per la lavorazione del vetro in Altare.
Ultima ipotesi è quella che i monaci Benedettini, custodi di molte tecniche di lavorazione tra cui quella del vetro, la insegnarono ad elementi locali favorendo la nascita di questa comunità.

Al primo nucleo di famiglie: Biancardi, Bordoni, Bormioli, Brondi, Buzzone, Rachetti, Saroldi, Varaldi se ne aggiunsero altre di provenienza veneta: Bertoluzzi, Grenni, Lodi, Marini, Perotto; da Genova i Massari, e da Trisobbio i Somaglia.
Da queste famiglie riunite nasce la Corporazione chiamata “UNIVERSITA’ DEL VETRO” favorita dai Marchesi del Monferrato, signori dei nostri luoghi.
Il diritto di appartenenza alla Corporazione spettava solo ai figli maschi di queste famiglie, ad essi veniva concesso il titolo di gentiluomo ed esenzioni da tributi e gabelle.

I primi Statuti che regolarono doveri e i diritti degli artieri vetrai risalgono al 1495, solennemente approvati il 26 Giugno del 1512 dal Principe Guglielmo Paleologo, Marchese del Monferrato, nonché da Galeotto del Carretto e dai nipoti Marchesi di Savona, consignori del luogo.
Sull’osservanza di questi Statuti vegliava il Consolato dell’Arte Vitrea composto da sei Consoli eletti, fra i maestri vetrai più prestigiosi, il giorno di Natale.

I Consoli avevano vasti poteri; distribuivano il lavoro, facevano osservare gli Statuti dell’Arte, provvedevano alle necessità del paese. Gravi pene erano inflitte a chi, trasgredendo, trasmetteva segreti di lavorazione o prestava la sua opera in fornaci al di fuori dell’Università. Esse andavano dalla confisca dei beni, alla pena di morte. Una condanna a morte fu inflitta nel 1641 ad alcuni vetrai colpevoli di aver lavorato in una fornace abusiva di Vado, per loro fortuna graziati poi dalla Duchessa di Mantova.

I maestri vetrai, che con il permesso del Consolato si recavano ad esercitare l’arte in Italia e all’estero, vivevano in comunità ed erano guidati dal vetraio più anziano, che teneva i contatti con la Corporazione. Ogni giovedì, in questa comunità, veniva messa in tavola una scodella in più e posta all’incanto, si chiamava “scodella delle anime”.
Il ricavato, inviato al Consolato dell’Arte, veniva devoluto ad opere di beneficenza e di pubblica utilità.

Le lavorazioni del vetro si svolgevano da S.Martino a S.Giovanni Battista, nel periodo estivo si riparavano le fornaci e si faceva scorta di materie prime e combustibile.
L’inizio del lavoro nelle fornaci, che in un certo periodo hanno raggiunto il numero di ventidue, era solennizzato con la cerimonia della “messa del fuoco”.
Nella chiesa parrocchiale il sacerdote, benedetti due grossi ceri, li consegnava a due bimbi vestiti da angioletti che, accompagnati dai Consoli e dai maestri vetrai, si recavano alle fornaci e con quelle candele vi appiccavano il fuoco.
La prima opera eseguita dal maestro soffiatore era un fiasco che doveva essere di grande capacità, perché, riempito di vino, unito ad una grande torta di riso, era portato ai lavoranti per inaugurare la lavorazione. Chi prendeva attività a lavorazione iniziata portava un grosso fiasco di vino, prima benedetto, che consumava con i compagni di lavoro. Questa usanza si chiamava “bagnare la piazza”.

Il protettore dei vetrai è stato S.Filiberto, Santo molto venerato in Normandia, sostituito poi da S.Rocco, alla cui intercessione fu attribuita l’estinzione della peste manzoniana, che imperversò anche in Altare dal 1628 al 1631. A S.Rocco fu dedicata la Chiesa eretta dopo l’epidemia, costruita con il contributo dei vetrai che lavorarono gratis alcune festività.

Con grande fasto si svolgevano il 16 di Agosto i festeggiamenti di S.Rocco.
Cerimonie religiose, alle quali partecipavano i Consoli, i Capitani e le Capitanesse, i primi vestiti da gentiluomini con il cappello ornato di piume di struzzo e con la spada al fianco, le ultime bianco-vestite e ornate di fiori, si svolgevano dalla vigilia alla messa solenne del giorno dopo. Seguivano esibizioni dei maestri vetrai, che in gara tra di loro, eseguivano esercizi di destrezza con le bandiere, imitando le varie pose della scherma, al suono della banda.
Chiudevano la festa prelibate refezioni ed eleganti veglie danzanti, alle quali accorrevano molti forestieri attratti dalla liberalità degli artisti vetrai e dalla proverbiale bellezza delle loro figliole. “L’Atè bale fie e brut parlè” recitava un antico proverbio.

L’attività dell’Università del vetro proseguì, alternando periodi prosperi, ad altri critici e travagliati. Per effetto di lotte politiche, guerre e concorrenza, nel 1602 i vetrai si trovarono in condizioni quasi disperate, tanto che il Duca Carlo I di Mantova propose loro una migrazione di massa a Ceresa, facendosi carico di alettanti indennizzi, ma tuttavia prevalse l’attaccamento al paese.
Grave fu anche il periodo della peste, negli anni 1630-31 si contarono ben 206 decessi.

Il Consolato era la prima e quasi unica autorità del paese di Altare, facendosi carico di tutte le spese della comunità come è documentato dai registri delle spese di cui riportiamo uno stralcio: “Salario ai Consoli, ai Sindaci, al Podestà, ai Cancellieri, al Medico, al Chirurgo, al Maestro di Scuola, ai due Messi, al Sepellitore, al Conservatore dell’orologio, ai Massari della Chiesa; affitto di casa per lo Speziale, per quella dell’Arciprete; spese fatte per le strade, per le pedanche, per l’Ospedale; restauro al Campanile, fabbrica della Sacrestia, del Coro; acquisto dell’Orologio, di candelieri, di cera, di parati; spesa fatta per la venuta del Vescovo di Noli, per il viaggio dei Consoli a Casale ad ossequiare S.E. il Marchese ecc ecc e nel 1791 per contribuzione pagata al generale degli Alemanni da lui imposta al paese.”

Questo stato di cose non era gradito ad una classe emergente di cittadini formata da piccoli imprenditori, commercianti, proprietari, che nel frattempo si era evoluta. Il malcontento sfociò in lotte che durarono più di trent’anni. Nulla valse il tentativo di metter pace effettuato dal Conte Ghigliossi, inviato dal Re di Sardegna Vittorio Amedeo  III ( Altare era passata sotto il governo dei Savoia) .
Il 26 Giugno 1823, per porre fine ai contrasti tra monsù e paesani, con il Manifesto Reale venne decretato lo scioglimento dell’Università.
I vetrai rimasti in balia di se stessi subirono l’umiliazione di dover lavorare nelle poche fornaci rimaste in condizioni di grave sfruttamento.
Ci vollero più di trent’anni e molta volontà per risalire la china fondando il 24 Dicembre 1856 la Società Artistico Vetraria, primo esempio di unione di capitale e lavoro in Italia.
Alla sua nascita collaborò il dott. Cesio, mazziniano e filantropo originario di Calice Ligure.
Nel volume “Le Piccole Patrie” scrive Riccardo Ricchebuono: “Forse è sfuggito all’egualitarista, mazziniano Cesio, che con la S.A.V. l’antica Università scacciata dalla porta rientrava dalla finestra”.
TRA L’UNIVERSITA’ DEL VETRO E LA SAV
Falliti i tentativi di placare i dissidi in Altare tra la classe dei “Monsù”, così erano chiamati gli artieri vetrai, e i “Paesani”, cittadini altaresi ,capeggiati dalla nuova classe emergente composta dai commercianti, piccoli imprenditori e proprietari, che rivendicavano maggiori spazi nel governo del paese, il 26 Giugno 1823 Re Carlo Felice ordinò tramite il Regio Tribunale di Commercio di Savona, la soppressione dell’Università del Vetro di Altare.
Nessuno pensò che un atto, considerato di pace e giustizia sociale, generasse una situazione di ingiustizie ben più gravi per i vetrai altaresi, che finirono a prestare la loro opera in condizione di grave sfruttamento nelle quattro fornaci rimaste.
Infatti i proprietari di queste fornaci: Massari e Brondi, i fratelli Bormioli, Paolo Saroldi e Pietro Lodi si allearono, non tanto per avere vantaggi di natura commerciale, ma per trarre maggiori profitti diminuendo i salari.

I vetrai più facoltosi e capaci cercarono di portare fuori Altare le loro esperienze, fondando o rilevando fornaci in ogni parte d’Italia: a Milano Angelo Bordoni e figlio, a Sesto Calende Bordoni e Bertoluzzi, a Piacenza Carlo Saroldi, a Borgo S.Donnino Domenico Bormioli, a Parma i fratelli Bormioli, a Brescello i fratelli Bordoni, a Casalmaggiore Brondi e Bormioli, a Vestone fratelli Bormioli così come a Scrofiano, a Terni Mirenghi Rocco, a Ferrara GioBatta Bormioli, a Rimini Marini e Brondi, a Pesaro i fratelli Buzzone….
In queste fornaci, anche dopo la fondazione della Società Artistico Vetraria, vi affluirono vetrai altaresi per lavorazioni stagionali, specialmente quando ad Altare eccedeva la manodopera.

Altri ancora più intraprendenti si riunirono in gruppi e migrarono nell’America del Sud dove impiantarono vetrerie.

Intanto ad Altare, sollecitata da Domenico Bordoni e da Rocco Bormioli, impensieriti dal precario stato economico del paese, la famiglia Berruti costruì una vetreria, che oltre ad avere più moderna impostazione tecnica, compensava i vetrai in modo più dignitoso.
Rimpatriati parte dei vetrai dalle Americhe, allettati da questi migliori trattamenti, si ricreò una maggiore offerta di manodopera che giocò nuovamente a favore dei padroni.
I Berruti, che fino ad allora avevano trattato più umanamente gli operai, furono costretti dagli altri proprietari di fornace a diminuire i salari e come se non bastasse ad obbligarli ad accettare in luogo di denaro, derrate spesso di scadente qualità.

Alcuni episodi testimoniano il malo modo con cui i padroni trattavano i dipendenti.

Un vetraio, Buzzone, detto Pocchettino, trovandosi in condizioni finanziarie poco floride chiese ai padroni un prestito di 5 lire per il battesimo del figlio Pucciat. La risposta fu “Se non puoi battezzarlo lascialo ebreo”.
Giuseppe Saroldi, detto Carizzano, prestava la sua opera nella fornace Berruti, una sera lavorando si lamentava con un suo compagno di essere stato costretto dal padrone ad accettare della farina avariata e puzzolente. La cosa non piacque a Giuseppe Berruti, che in quel momento passava nella fornace.
Terminata la “muta” attese il Saroldi e gli disse “Da domani non ci sarà più lavoro per te, così non correrai il pericolo di mangiare farina puzzolente”.
Cercato lavoro nelle altre fornaci trovò tutte le “piazze” occupate. Il Saroldi, molto preoccupato si recò nella fornace Lodi per parlare con Vincenzo Bordoni, il quale sentito l’accaduto, fece smettere i suoi compagni di lavorare e si recò con l’asciugamano sulla canna dall’Avv.Lodi per reclamare l’ammissione al lavoro del Saroldi.
Il Lodi, imbarazzato, accampò scuse non molto convincenti e a quel punto Vincenzo Bordoni staccò il Crocefisso dalla parete e disse” Giura su questo Cristo che non sei d’accordo con gli altri padroni, e bada che se non si trova occupazione per Giuseppe, nessuno di noi riprenderà il lavoro”
Il Saroldi fu riammesso al lavoro grazie ad una minaccia di sciopero, primo in Italia, ricordando che il sindacato era ancora un sogno.

Il malcontento era tanto che fece sorgere nei vetrai la volontà di creare una “Sacra Unione” e cioè formare una Società dove il capitale e il lavoro fossero riuniti nelle stesse mani.
Un primo tentativo avvenne nel 1846 ad opera di un gruppo di vetrai capitanati dal maestro Pietro Racchetti, uomo tanto intelligente quanto modesto.
Le riunione clandestine avevano luogo sotto i castagni del Castello, lontani da occhi indiscreti.

Quando arrivò ad Altare il dott. Giuseppe Cesio di Calice Ligure, mazziniano e filantropo e vide le condizioni in cui versavano i vetrai, pensò di aiutarli, trovando un terreno già preparato e fertile.
Dopo lunghe riunioni, osteggiate dai padroni delle fornaci altaresi, la notte di Natale del 1856 nacque la Società Artistico Vetraria Anonima Cooperativa dlla quale facevano parte 84 artisti vetrai, con un capitale sociale di lire 8256.

La produzione cominciò nel Marzo del 1857 nella fornace che l’Avv. Pietro Lodi, il più illuminato dei padroni altaresi, cedette alla Cooperativa rendendo possibile il decollo della SAV.

Fu questo il primo esempio di Cooperativa in Italia, uno dei primi in Europa.
La costituzione di questa Società ha posto fine a più di trent’anni di lotte e di sofferenze che questa scarna cronaca non può adeguatamente descrivere, ma è l’esempio di come una comunità possa riscattarsi tra mille difficoltà senza aiuti esterni.
LA SOCIETA’ ARTISTICO VETRARIA
L’Avv. Pietro Lodi divenne il primo tesoriere della Società Artistico Vetraria e in una lettera ai suoi figli così narrava la fondazione della  Società: “La sera stessa in cui si doveva, nella vicina Parrocchia, celebrarsi a mezzanotte il mistero dell’umana redenzione, in quello stesso momento firmavasi nelle sale di vostro zio l’atto della redenzione dell’Arte Vitrea, e non saprei descrivere l’entusiasmo e le espansioni di quel momento. Tutti mi volevano, mi stringevano la mano e mi abbracciavano chiamandomi il loro liberatore, il loro benefattore, il loro padre. Non si poteva ideare cosa più bella. La Provvidenza farà il resto.”

La sala dove fu firmato l’atto costitutivo della Società, proprietà di Vincenzo Bordoni, detto Sanchillot, per le battaglie combattute per l’indipendenza dei vetrai, si trova in via XXIV Dicembre e vi fu posta una lapide con la seguente epigrafe. “FRA QUESTE MURA O FIDI DELL’ARTE,ONORE E VITA DELLA PATRIA, LA VOCE ARDITA DI UN CESIO VI CHIAMO’ ALLA RISCOSSA, UN GRAN PATTO SOCIALE FU SANCITO FRA VOI IL 24 DICEMBRE 1856, QUESTO GIORNO SIA DI IMPERITURA MEMORIA”.
Il motto di allora fu “ UNIONE E FORZA “.

Il lavoro iniziò nella fornace Lodi nel Marzo del 1857. La prima “messa del fuoco” andò benissimo. L’entusiasmo era grande.
Il Comitato si pose il problema di attivare la fornace Bormioli, ubicata, credo, dove si trova attualmente la Società Artistico Vetraria.

La Società disponeva allora del modesto capitale di 14600 lire insufficiente ad affrontare tutti gli impegni. Di valido aiuto fu Luigi Grenni, socio capace e appassionato, ma soprattutto disinteressato, che divenne il primo Direttore della Vetreria.
Altro aiuto venne da Francesco Sbarbaro di Savona che fornì a credito ferramenta, refrattari, rottame di vetro ed altro.
Nel primo anno di attività si produssero manufatti per 104000 lire. I prodotti più significativi figuravano in una esposizione industriale a Savona e furono premiati con medaglia di rame.

Altare cominciava a godere di un cero benessere e gli artieri, fiduciosi nella loro istituzione, si assoggettavano ai sacrifici pecuniari necessari al progresso della stessa.
Ma il Governo credette di trovare in questa Associazione qualcosa in contrasto con le Istituzioni nazionali e pertanto l’Intendenza Politica di Savona ordinò una inchiesta per appurare il carattere di questa associazione.
Dopo quattro mesi di paure, pesava sulla Società la minaccia di scioglimento. Grazie all’intervento della Camera di Commercio e di persone influenti, alle quali si era fatto ricorso, la minaccia fu sventata e si “tollerò” che gli artisti vetrai di Altare si mantenessero in Società per la fabbricazione dei vetri.
Questo fu il primo premio ricevuto in cambio delle lotte e dei sacrifici fatti e per aver creato una industria dal carattere innovativo. L’ultimo lo ebbe quando fu costretta alla chiusura perchè furono negati gli aiuti finanziari necessari alla sopravvivenza. Si spense con 700 milioni di crediti che non gli si permisero di monetizzare e 600 milioni di merce a magazzino. Dal fallimento l’azienda fu rilevata per la miseria di 700 milioni.

La Società era diretta da un Consiglio di Amministrazione, eletto dall’Assemblea dei Soci, che nominava un suo Presidente. Fra i Consiglieri venivano scelti due membri che con il Presidente, due Vice Presidenti ed il Segretario costituivano il Comitato Esecutivo, organismo più snello che provvedeva alle cose urgenti riferendo poi al Consiglio.
I Soci, nella veste di lavoratori, venivano rappresentati presso la Direzione dell’azienda, nella Commissione del Lavoro che si riuniva ogni venerdì, ed era composta dal Presidente del Consiglio, da un Vice Presidente, dal Direttore tecnico, da un rappresentante dell’Ufficio Commerciale e da due Commissari che curavano gli interessi diretti degli artieri vetrai. In queste sedute veniva distribuito il lavoro nelle “piazze” a seconda dell’abilità e dell’anzianità dei maestri. La stesura scritta veniva chiamata “Spartito” e vi si stabilivano i “cottimi” e gli articoli da eseguire nella settimana successiva. Si discutevano, inoltre, i reclami dei vetrai, che per motivi indipendenti dalla loro volontà, non potevano raggiungere i livelli massimi di produzione, si giudicava sulle insorgenti controversie tra i lavoratori per quanto concerneva il posto nelle “piazze”, come già accennato, tenendo conto dell’abilità e dell’anzianità.

I vetrai altaresi continuarono a progredire migliorando i loro prodotti tanto che all’Esposizione Industriale di Torino del 1858 furono premiati con medaglia d’argento. Furono sperimentate nuove tecniche di lavorazione per la produzione di articoli pregiati, fino allora trascurati, per procurare lavoro a tutti i maestri vetrai.

La Società Artistico Vetraria era ormai ben avviata verso un programma industriale, quando venne sancito, nel 1863, il “ Trattato Commerciale per lo scambio dei prodotti con la Francia”, che sembrava ispirato a teorie di libero scambio. In realtà mirava ad abolire il protezionismo per noi, aumentando quello a favore degli stati vicini.
La Francia, in particolare, favorita dall’abbondanza di materie prime di ottima qualità atte alla produzione del vetro bianco, dalle sabbie pure a basso contenuto ferroso ai refrattari ed al carbon fossile, era in grado di produrre a costi molto più bassi mettendo in crisi le vetrerie italiane.

Diverse fornaci, sparse nelle varie città italiane per opera di altaresi, cessarono la loro attività. La SAV, che per sopravvivere, si era dedicata alla produzione dei tubi da lume, si vide preclusa anche questa produzione dal “ Trattato Commerciale del 1867 “ stabilito con l’Austria:

L’anno 1870 fu uno dei più tristi per la Società tanto che si pensò di migrare in massa all’estero.
Ma i vetrai, incoraggiati dal farmacista Mariano Brondi, degno successore del dott. Cesio, si imposero nuovi sacrifici, si deliberò una nuova emissione di Azioni mediante trattenuta sulla mercede. La situazione cominciò a migliorare e nel 1871, all’Esposizione di Milano, la Società fu nuovamente premiata.

Si è più volte ripetuto, all’epoca che “la conservazione dell’arte vetraria italiana, sezione vetro bianco, il progresso in essa contenuto, devesi all’Associazione Vetraria di Altare, alla sua indole, al suo scopo.”

Nel 1872 viene fondata una Società di mutuo soccorso che assunse il nome di “Società per la mutua assicurazione delle pensioni ai vecchi vetrai altaresi”, modificata nel tempo, erogò ai Soci, all’atto della cessazione del lavoro una pensione mensile. Successivamente fu costituita una Mutua che sostenne i vetrai in malattia. Penso che siano stati i primi esempi di previdenza in Italia.
Tutto questo fu celebrato il 10 Settembre del 1882 nella “ Festa del lavoro e della previdenza” alla quale parteciparono le massime autorità della provincia e l’eminente economista On. Luigi Luzzati, Ministro del Regno  poi Capo del Governo nel 1910 che dedicò alla Società Artistico Vetraria un famoso studio apparso sulla rivista “La Nuova Antologia”:

La Società Artistico Vetraria nei suoi 122 anni di vita è stata fonte di lavoro per generazioni di altaresi, facendo di Altare il primo paese industrializzato della Valle Bormida. In essa si svolsero le lavorazioni più eterogenee e per questo i maestri vetrai ricevevano una istruzione professionale naturale e completa tanto da essere richiesti e apprezzati nelle vetrerie italiane ed estere.

Dopo la seconda guerra mondiale fu trasformata in industria meccanizzata rinunciando lentamente alle lavorazioni artigianali e per questo perse il suo capitale umano, che non fu integrato da quello finanziario, necessario al buon funzionamento di una Azienda che per reperire fondi poteva offrire in garanzia solo i 18 milioni di capitale sociale ed un immobile obsoleto.

La sua conduzione collegiale, a carattere quasi familiare, fu ispirata a principi di solidarietà, e non solo versi i soci.
Non mancarono le lotte, sia all’interno che all’esterno, come in ogni attività dell’uomo, ma nei momenti critici emergeva sempre l’unione.

Sempre partecipe delle iniziative paesane, la Società favorì lo sviluppo di attività culturali e ricreative che distinsero Altare tra tutti i paesi della Val Bormida:

Nell’ultimo periodo della sua travagliata esistenza furono pensate tutte le soluzioni per giungere ad un radicale rinnovamento, compreso il trasferimento in Isola Grande, oggi zona industriale, sempre impediti dalla mancanza di adeguati finanziamenti.

Si è sciolta 1i 28 Aprile 1978. “Nessuno” ha voluto salvare questa storica istituzione che tanto ha fatto per diffondere l’arte del vetro.
LE MIGRAZIONI DEI VETRAI ALTARESI
Le migrazioni dei vetrai altaresi furono provocate, alcune dalla mancanza di lavoro nel paese natale, altre dallo spirito d’iniziativa che spingeva alla ricerca di nuovi spazi e opportunità.
Gli Altaresi diffusero la loro arte in molti paesi europei come Francia, Inghilterra, Spagna e Germania e anche in alcuni stati del Sud America.
Nel XVII secolo sorsero in Europa centri per la lavorazione del vetro alla “façon de venise” ma non mancarono quelli definiti alla “façon d’altare”.
A proposito di quest’ultima produzione si può dire che raggiunsero maggiore fama i prodotti eseguiti nei diversi stati europei, specie in Francia, che non quelli eseguiti nelle fornaci altaresi.

Le migrazioni più prestigiose avvennero durante il regno di Luigi XIV Re Sole, ove il ministro delle Finanze Colbert favorì l’ingresso in Francia dei vetrai di Altare concedendo loro titoli di nobiltà ed esenzioni fiscali, con l’intento latente di carpirne i segreti della lavorazione.

Nel 1536 Altare, che fa parte del Monferrato, per mancanza di eredi maschi passa ai Duchi di Mantova. Federico Gonzaga sposa la Marchesa del Monferrato diventando così Duca di Mantova e Marchese del Monferrato. Fu lui che confermò gli “Statuti dell’Università del Vetro”, redatti nel 1495.

Particolare circostanza è all’origine dell’industria vetraria di Nevers nel secolo XVI secolo: Luigi Gonzaga, fratello del Duca di Mantova sposa nel 1565 Henriette de Clèves, erede dei Duchi di Nevers. Nel 1584 chiama da Altare i fratelli Vincenzo e Giacomo Saroldi per fondare in questo territorio una vetreria all’altarese.

Intanto nel 1637, a Carlo I Gonzaga, nelle cui mani erano riuniti il Ducato di Mantova, il Monferrato e il Ducato Di Nevers, succede Carlo II, sotto la tutela di Maria Gonzaga.
Maria, con lettera del 5 Aprile 1637, raccomanda un certo Castellano agli “echevins” di Nevers affinché non gli facciano pagare tributi essendo giunto da poco nella città per aprire una vetreria in collaborazione con il nipote Perrotto.
Il 29 Agosto 1646 formeranno una società per la costruzione di una fornace di vetri nella città di Nevers che si chiamerà: “Manifacture Royale des glaces et mirois”. La lavorazione “haverà principio a San Giovanni Battista prossimo dell’anno 1647 “.
Il Castellano ed il Perrotto chiamano a lavorare nella fornace un buon nucleo di vetrai altaresi (Barberio, Bormioli, Buzzone, Costa…)
L’impresa ha buon esito e viene confermata il 29 Agosto 1656 da Anna di Gonzaga e il 20 Aprile del 1661 da Cardinale Mazzarino succeduto al Gonzaga nel 1659. Il cardinale concede un previlegio trentennale per la fornitura di oggetti vari per le città situate sulla Loira ed affluenti da Nevers a Poitiers.
Dopo 15 anni di attività con lo zio, Bernardo Perrotto si stacca,e con il suo consenso, ottiene il 13 Luglio 1662 lettere patenti per aprire una vetreria a Orleans. Fu in questa vetreria che espresse il meglio di sé, tanto da essere da alcuni definito “uno dei vetrai più geniali che siano mai esistiti”.
Le patenti del 1666 concedono a “Bernard Perrot italien “ un privilegio trentennale per fabbricare e vendere “una terra da bruciare che sostituisce il carbone, senza fumo e senza cattivo odore” ( non si conosce esattamente di cosa si tratti) e inoltre il titolo di nobiltà, la naturalizzazione, il permesso di risiedere in Francia ed acquistarvi beni; viene posto sotto la salvaguardia del Re e gli è permesso porre sulle sue fabbriche le insegne reali…

Il Perrotto scoperse nuove paste vitree, come il “rosso al rame” ed il lattimo imitante la porcellana, tutte coperte da patenti di esclusiva datate 7 Dicembre 1668.
Vari e prestigiosi furono i lavori eseguiti nella vetreria di Orleans: un lampadario di cristallo inventariato nel 1673 tra i mobili della corona, lastre colorate per la Chiesa di Saint Croix d’Orleans, flaconi da profumo a forma di testa di negro in vetro nero con rilievi a smalto bianco agli occhi e ai denti.
Il Perrotto era tenuto in alta considerazione come tecnico vetrario, lo dimostrano i vari accenni alla sua opera e la visita fatta alla sua vetreria d’Orleans dagli ambasciatori del Siam che si erano recati nel 1686 alla corte di Luigi XIV.
La sua scoperta più sensazionale fu quella, precorrendo i tempi, di ottenere lastre di vetro per colatura. Si legge negli atti della Accademia Reale di Parigi: “M.Perrot, maitre de la verrerie royale d’Orleans, mostrò alla compagnia una nuova applicazione della sua arte, quella cioè di colare il cristallo e il vetro in lastre e di renderlo cavo alla maniera dei cammei. Vi si può rappresentare ogni sorta di figura, di ornamenti, di armi e di iscrizioni ecc. L’Accademia credette dovergli concedere un certificato”
Patenti reali concessero, per quindici anni, il privilegio di sfruttare la sua scoperta (1668-1672).

Nel frattempo nacquero in Francia la compagnia di Thèvart e di Saint Gobain che attinsero alle esperienze altaresi e favorite dal fatto di essere francesi, ottennero patenti che piano piano danneggiarono Bernardo Perrotto.
A nulla valse la lotta intrapresa a difesa della sua scoperta, il Consiglio di Stato,  con deliberazione del 10 Marzo 1696, proibiva allo scopritore di fabbricare cristalli di qualunque misura sotto pena di confisca e al pagamento di 3000 franchi di ammenda per ciascuna contravvenzione.
A Bernardo Perrotto, geniale scopritore di questo processo di lavorazione, verrà lasciato in segno di riconoscimento solo una pensione vitalizia di 500 franchi poi portata a 800 con sentenza del 23 Ottobre 1702.
Il 10 Novembre 1709 moriva lasciando alla vedova la gestione della sua fornace.

Molte fornaci allestite da  altaresi ( Bormioli, Bertoluzzi, Massari ecc..) sorsero in Francia. Se ne trova dettagliate notizie nel volume dell’Abbé Boutellier nel quale è descritta l’attività delle varie famiglie dei vetrai altaresi.
LE SUDDITANZE POLITICHE DI ALTARE
Altare appartenne per lungo tempo ai Marchesi del Monferrato, il capostipite di questa dinastia, Aleramo, fu investito del feudo nel 967 da Ottone I, imperatore di Germania.
Da Aleramo derivano due casati: Il Marchesato del Monferrato e il Marchesato di Savona o del Carretto.
Il primo Marchese di Savona fu Enrico I del Carretto detto “il Guercio”, che eredita il feudo dal padre Bonifacio del Vasto nel 1126.
Con Giovanni, sposato senza prole a Margherita di Savoia, si estingue, nel 1305, la dinastia Aleramica.
La sorella Violante, col nome di Irene, va sposa all’Imperatore di Bisanzio, Andronico II dei Paleologo ed il Monferrato passa al loro secondogenito Teodoro I.
Nel 1393 è Marchese del Monferrato Teodoro II Paleologo, al quale Giorgio del Carretto fa dono di un terzo del Castello e di un quarto del feudo di Altare.
I Marchesi del Monferrato diventano pertanto consignori di Altare e lo resteranno fino al 1538 quando Galeotto del Carretto, possessore di un quarto della proprietà acquista gli altri tre quarti ed è lui che il 26 Giugno 1512, concordemente con il Principe del Monferrato e con i nipoti GioVicenzo e GioAmbrogio, approva gli “Statuti et decreti circa l’Arte de Vedri” di Altare.

Estinta la dinastia dei Paleologo, il Monferrato passa al Duca di Mantova, Federico Gonzaga, portatogli in dote dalla moglie Margherita, figlia di Bonifacio.
I Gonzaga diventano così Duchi di Mantova e Marchesi del Monferrato.

Luigi Gonzaga, Duca di Mantova, sposa nel 1565 Hernriette de Clèves che gli porta in dote il Ducato di Nevers. Fu lui che patrocinò la nascita di vetrerie fondate da altaresi. Una delle più prestigiose fu la “Manifacture Royale des glaces e mirois” istallata da Bernardo Perrotto e dallo zio Castellano e favorita dal ministro Colbert durante il regno di Luigi XIV.

I Marchesi di Savona assumono, nel frattempo, il titolo di Marchesi di Grana, quando Prospero del Carretto sposa Agnese de Argotta, di origine spagnola, già favorita di Vincenzo I di Mantova, cugino di San Luigi Gonzaga.
Figura rimarchevole, che lascia anche in Altare orme notevoli della sua tumultuosa esistenza è Francesco II Marchese di Grana.
Quando il 24 Novembre 1634 Francesco cede per permuta il feudo di Altare ai Conti Sepozzi, cessa definitivamente ogni influenza dei Grana-Del Carretto sul feudo stesso.
Nel 1641 è direttamente avocato dalla Camera Ducale di Mantova. Nel 1685 il Duca Ferdinando Carlo eleva il feudo di Altare in Marchesato e ne offre l’investitura a Elisabetta Grandiglia Morra, sua favorita, che così diventa la prima Marchesa di Altare con l’investitura del 30 Ottobre 1686.
Nel 1701 la Marchesa Elisabetta vende il feudo ai Conti Millo di Celle che divengono i secondi ed ultimi Marchesi del luogo.
Nel 1708, dopo l’assedio di Torino del 1706, ad opera dei francesi, e la vittoria degli Austro Piemontesi, Altare, con il Monferrato, passa sotto il dominio del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia.
Sanziona l’incorporazione i trattato di Utrecht del 1713, che conferisce al Duca di Savoia il titolo di Re di Sardegna.

Bibliografia.
Le Piccole Patrie  di Riccardo Richebuono
Enciclopedia Motta
L’Arte Vetraria in Altare  di Enrico Bordoni
Nozze d’oro della Società Artistico Vetraria  di Tomaso Brondi
L’Università dell’arte vitrea di Altare  di Gaspare Buffa
Il vetro e le porcellane  di Luigi Figuier
Bernardo Perrotto, vetraio altarese  di Luigi Zecchin

Costantino Bormioli, Lavorazione Artigiana Vetro - P.IVA 01317860094
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