I Vetri di Sandro Bormioli
di Costantino Bormioli
Creazioni in vetro soffiato, vetrofusione e gioielli
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Uno zoo di vetro

Didattica > Articoli storici

Animali in vetro soffiato del XVIII secolo


Uno zoo di vetro


Riprodurre in vetro forme di animali - sia per oggetti dall'uso ben definito, come bottiglie, flaconi e lampade ad olio, che per oggetti senza una chiara destinazione d'uso - è una tradizione attestata fin dall'antichità. Basti pensare alla bottiglia egiziana in pasta vitrea a forma di pesce del British Museum, risalente alla XVIII dinastia, o ai balsamari a forma di pesce e di uccello d'età romana. Ma una particolare diffusione, unita alla ricerca di forme nuove e bizzarre, tale produzione assumerà solo a partire dal Seicento, in ossequio al gusto barocco delle cose eccentriche, create con l'intento di stupire. E' questo il periodo, del resto, in cui si producono molti altri oggetti di aspetto inusitato, come i Kuttrolf tedeschi, che se in origine avevano la specifica funzione di versare i liquidi lentamente, diventeranno in seguito un puro pretesto per una ricerca di forme stravaganti.
Nella Bichierografia del Maggi (1604) figurano già, accanto ai Kuttrolf (reinterpretati secondo il gusto italiano), contenitori a forma di animali che riproducono vetri della collezione del cardinale del Monte: il leone, la lumaca, il serpente. Tra la produzione medicea rinveniamo un termometro fatto a rana e una lucerna che raffigura un granchio. Ben note sono poi le lucerne ad olio muranesi a forma di cavalluccio o di drago, che si cominciarono a produrre tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo, e che sono inconfondibili per le loro linee leggere, nervose e scattanti, molto spesso sottolineate da filettature in vetro azzurro acquamarina.
Questo gusto per i temi zoomorfi si estenderà a tutto il secolo successivo, diffondendosi in tutta Europa (dalla Francia alla Spagna, dalla Germania e Boemia alla Russia) e inserendosi - al pari delle botticelle, degli scarponi e degli stivali di vetro - in quella categoria di oggetti che in Germania vengono definiti Scherzglas e in Francia verres à surprise, la cui funzione pratica è spesso oscura e comunque secondaria rispetto alla complessità e originalità formale.

Ci limiteremo qui a presentare alcuni pezzi inediti o meno noti della produzione europea settecentesca: una produzione interessante e curiosa, anche se minore, ormai distante da quella muranese del periodo aureo e che solo alla lontana può definirsi alla «façon de Venise», come viene detto in più di un repertorio, in quanto presenta caratteristiche tipologiche e stilistiche ormai del tutto autonome, pur conservando alcuni tratti in comune con la produzione muranese.
Nel Settecento, d'altra parte, i prodotti locali di questo particolare settore denunciano chiaramente la loro natura di oggetti popolari e di larga diffusione, non riservati a una ristretta committenza elevata e, in quanto tali, caratterizzati da una maggiore rigidità e da una minore eleganza rispetto alla produzione più arcaica.
Si veda ad esempio l'anatra (fig. 1), i cui più lontani progenitori sono da ricercarsi nei contenitori per liquidi profumati e cosmetici a forma di uccello, largamente presenti in area siriana ed egiziana, ma attestati nel I secolo d.C. anche nel Nord Italia e nella regione alpina.
L'anatra, lunga 21 cm., poggia su tre piedini ed è in vetro liscio, salvo le ali e la coda lavorate a pinze; sul dorso si apre l'imboccatura per inserirvi i liquidi. L'unica nota di colore sono gli occhi in vetro rosso. Se ne trovano anche in vetro azzurro, come nell'esemplare molto simile a questo che è conservato all'Ermitage. Tali isolate note di colore possono ricordare alla lontana le più complesse filettature e creste colorate delle lampade zoomorfe muranesi.
Se la datazione dei contenitori a forma di anitra trova concordi gli studiosi, che li assegnano al XVIII secolo (tolto qualche esemplare del secolo precedente e successivo), la loro attribuzione ad un'area e a una particolare manifattura è molto più controversa. Il nostro esemplare sembra appartenere alla Castiglia o alla Catalogna, per le puntuali analogie con quelli spagnoli dell'Ermitage, ma nelle attribuzioni si spazia dalla Spagna alla Germania e alla Boemia per il mercato spagnolo e turco; altri esemplari, soprattutto quelli in lattimo decorato a smalti policromi, sono assegnati direttamente alla Turchia, o alla Russia, come questo interessante esemplare in vetro scuro dipinto a squame dorate e smalti, conservato al Museo storico di Mosca (fig. 2) e attribuito ad una manifattura russa della metà del XVIII secolo.
E' certo, ad ogni modo, che il gusto di oggetti del genere tradisce caratteri orientali, ed è chiara la loro derivazione da modelli siriani e iranici. E' tuttavia significativa la frequenza con la quale questi esemplari si trovano nei musei dell'Europa centrale (citiamo, fra gli altri, il Kunstgewerbemuseum di Berlino, il Kestner-Museum di Hannover, il Museo delle arti decorative di Praga) e della Russia (sono presenti sia all'Ermitage, attribuiti alla Spagna, che al Museo storico di Mosca, dati invece a manifatture russe). Si dovrà ipotizzzare, pertanto, una circolazione di forme, poi rimeditate e caratterizzate da decorazioni diverse a seconda dei luoghi.

Un altro tipo di contenitore zoomorfo, inconfondibile per la struttura e gli elementi decorativi, e largamente diffuso soprattutto in area tedesca, è quello esemplificato dalla fig. 3. Bottiglie analoghe sono presenti in numerosi musei e raccolte private (i più simili al nostro si trovano nella Collezione Heine di Karlsruhe, al Kestner-Museum di Hannover e al Museo di Anger). Il corpo, costolato e in parte lavorato a nido d'ape, è cilindrico, con una strozzatura centrale, e poggia su quattro piedini; la testa è crestata con il becco, e una larga coda cilindrica funge da imboccatura.
E' incerto di quale animale si tratti: definito nella maggior parte dei repertori «cane» (Scherzglas-Hund), e talvolta «cinghiale», potrebbe ugualmente rappresentare un leone o addirittura un animale fantastico col corpo di mammifero e la testa d'uccello. Non è neppure chiaro se la difficile identificazione con una specie animale ben definita sia imputabile alla scarsa capacità dei vetrai e all'esecuzione approssimativa o se invece si sia inteso volutamente rappresentare un drago, un basilisco o un generico animale di fantasia. Vengono comunque in mente, in un possibile collegamento con la tradizione ormai lontana delle lampade muranesi a forma di drago, alcuni elementi già codificati quali la presenza del becco in un corpo canino, come nell'esemplare peraltro molto più caratterizzato del Museo di San Martino a Napoli, o il capo crestato dei draghetti del Museo Vetrario di Murano e del Davia Bargellini di Bologna. C'è infine un ulteriore elemento, questa volta strutturale, che sembra richiamare le lampade muranesi: la coda che serve da imboccatura.
Simile alla precedente, anche se più spoglia nella decorazione e databile alla fine del secolo, è la bottiglia zoomorfa della fig. 4, in vetro verde, con il corpo costolato a spirale e le zampe più alte e sottili, ma sempre con la testa corredata da un breve becco.
Se il tipo di animale è incerto, come s'è detto, sembra abbastanza sicura, invece, la funzione di bottiglie per grappa, al pari dei barilotti di vetro. I contenitori a forma di anitra, invece, dovrebbero essere soprattutto flaconi per acque profumate.

Mentre il cane-drago predomina nell'area germanica, nell'area mediterranea - in Italia, in Francia e anche in Spagna - non è difficile trovare un animaletto più familiare, il topolino. Questo esemplare (fig. 5), attribuito a manifatture modenesi, è molto simile ai curiosi topolini franco-provenzali, di piccole dimensioni anch'essi e con la coda attorcigliata e pervia che fa pensare a un uso come versatoi contagocce.

Di area spagnola, e precisamente dell'Andalusia, è la bottiglia a forma di asino (o cinghiale?) conservata all'Ermitage (fig. 6), che presenta evidenti analogie con gli animali delle fabbriche di Almeria e Granada. Il corpo, poggiante su quattro zampe slanciate, è snello e strozzato al centro; il collo è tozzo; il muso, molto allungato, termina ad anello ed è coronato da due lunghe orecchie appuntite. Il vetro è verde, pesante e impuro, privo delle costolature che caratterizzano gli esemplari d'area germanica, e mostra caratteristiche decisamente più popolari. La forma coincide esattamente con quella dell'esemplare della Hispanic Society of America di New York, studiato dalla Frothingham, anche se in quel caso l'animale è arricchito da creste vitree che lo fanno assomigliare ad un drago.

Ci piace concludere questo breve excursus di «zoologia vetraria» - per parafrasare Borges - con un altro animale, presente soprattutto in area russa, dove è tema araldico e simbolo del Paese: l'orso.
Le bottiglie russe a forma di orso, in vetro incolore, verdino o anche blu, hanno caratteristiche inconfondibili. Negli esemplari conservati al Museo storico di Mosca l'animale è sempre raffigurato in piedi, con le zampe posteriori leggermente divaricate e la coda ingrossata che funge da terzo punto di appoggio. Le zampe anteriori sono spesso atteggiate a braccia conserte e la testa è reclinata in avanti, mentre sulla sua sommità si apre l'imboccatura. Particolarmente interessante e insolito è l'orso in vetro blu della fig. 7 che, pur conservando l'atteggiamento canonico, suona il flauto.

Gli animali a cui ci si è ispirati per realizzare contenitori per liquidi formano dunque un vasto bestiario in parte reale e in parte fantastico: uno zoo di vetro abitato da uccelli, galline, cavallucci, asinelli, cinghiali, orsi, cervi, conigli, topolini, elefanti, così come da draghi e basilischi, e sorprendente per varietà e inventiva. A testimonianza che il mondo animale ha rappresentato per l'uomo una costante fonte di ispirazione, non solo in passato, ma (se si pensa alla ripresa novecentesca muranese - e non solo - dei temi zoomorfi) fino ad oggi.



Bibliografia


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Costantino Bormioli, Lavorazione Artigiana Vetro - P.IVA 01317860094
Costantino Bormioli P.IVA 01317860094
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